Il braccio e la mente

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Leggo sul sito Linkiesta uno sconsolato post di Andrea Coccia dal titolo “Ma quanto (poco) pagano i giornali?“. Una domanda che parte dalla risposta: l’autore è entrato in possesso – da fonte ufficiosa ma attendibile, lascia intuire – di 5 slide su carta intestata dell’Ordine dei giornalisti che riportano le tariffe pagate da diverse testate ai collaboratori free-lance per articoli, news e servizi. Eccone alcune:

– Ansa: 5 euro a lancio;
– Il Sole 24 Ore: 50 centesimi a riga;
– la Repubblica: 30 euro per 5-6000 battute (cioè 10 euro a cartella);
– Il Tempo: da 7,50 a 15 euro ad articolo a seconda della lunghezza.
– Giornale di Sicilia: da 1,03 a 2,40 euro ad articolo.

Naturalmente si parla di compensi lordi. Ora – tralasciando il fatto che molte di queste testate ricevono contributi dallo Stato nell’ordine di milioni di euro (ma non è questo il centro delle mie perplessità) – mi viene da fare un’osservazione che può suonare classista.

Un paio di settimane fa ho chiamato l’assistenza per la mia lavastoviglie guasta. E’ venuto un tecnico, ha premuto il tasto On (come peraltro avevo già fatto io più volte, altrimenti non l’avrei chiamato), ha ascoltato i brontolii sfiatati che provenivano dall’inteno e mi ha detto che la pompa di lavaggio era da cambiare. Tempo complessivo dell’intervento, scale comprese: 7 minuti. Compenso: 50 euro (il costo della sostituzione ovviamente era escluso, per quella è tornato qualche giorno dopo).

Con un automatismo quasi preoccupante ho pensato che per scrivere un articolo di un paio di cartelle ci metto dalle 2 alle 3 ore, considerando anche il tempo per documentarmi sulla materia. Se applicassi le tariffe del tecnico della lavastoviglie – valutando i due lavori con l’unica unità di misura comune, il tempo – dovrei incassare (fatturando, s’intende) dagli 857 ai 1.285 euro. Anche se posso dirmi fortunato perché ho sempre avuto collaborazioni pagate meglio di quelle riportate da Linkiesta (un vantaggio dell’età?), nessun editore mi pagherebbe mai nemmeno la metà di queste cifre.

Allora mi dico che il tempo non può essere usato come unità di misura comune: quello del tecnico vale più del mio. O, detta in altro modo: quello risparmiato al lavaggio dei piatti vale più di quello trascorso a leggere una buona informazione (ammesso e non concesso che la mia lo sia).

Condividendo queste riflessioni su facebook, un amico mi fa osservare che non è il tempo del tecnico a valere di più, ma la sua capacità di riconoscere a orecchio il guasto della lavastoviglie. Secondo me questa osservazione non cambia i termini della questione.

Io che per mestiere leggo e scrivo potrei avere l’orecchio per riconoscere, tra i mille modi di esprimere un concetto, quello giusto (lo so che non funziona così ma è per rendere il paragone). Voglio dire: anche quella di un giornalista può essere una competenza “tecnica”, solo in un ambito differente.

Il fatto è che tutti vogliamo lavastoviglie funzionanti ma ci accontentiamo sempre più di informazione frettolosa, libri sciatti e comunicazione banale, e le quotazioni di mercato dei due tipi di competenze vanno di conseguenza. Come dice un mio amico (un altro): è venuto il tempo in cui il braccio è pagato più della mente. E’ il mercato, baby. Il resto rischia di essere solo nostalgia un po’ snob. Qualcuno ha detto che con la cultura non si mangia: a rigore nemmeno con le lavastoviglie, ma ci si gode di più il dopocena sul divano. A guardare tv o leggere giornali di basso livello. Tanto a chi interessa ormai?

Angelo De Marinis
ademarinis@tralerighe.biz

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