Prima e dopo WhatsApp, come cambierà il linguaggio

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Un miliardo di utenti attivi, 42 miliardi di messaggi inviati al giorno e 1,6 di foto condivise. In costante ascesa video e messaggi vocali. Sono i numeri di WhatsApp, annunciati lo scorso primo febbraio dall’azienda che, proprio in questi giorni, ha avuto i riflettori addosso per la decisione (ancora non definitiva) di tornare a offrire il servizio gratuitamente. Numeri pazzeschi che impattano su tutti noi ma soprattutto sul nostro modo di comunicare: inizia così una nuova era linguistica tutta basata sulla sintesi.

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Emoticon e smiley

Ecco la più grande novità: piccole faccine stilizzate, comuni in tutto il mondo che, cancellando anni di temi in classe per imparare a descrivere emozioni e stati d’animo,  proiettano il linguaggio in una dimensione plurisensoriale in cui troppe parole non servono più. Esempio di sintesi estrema, differiscono da Paese a Paese solo per tipologia: gli americani mandano più teschi, i brasiliani gatti e i francesi cuoricini.

Il dono della sintesi

Se nel 2011 sembrò rivoluzionario il fatto che l’acronimo LOL, ovvero laughing out loud (“farsi una grassa risata”) entrasse nel dizionario di Oxford, oggi le novità sono assai più sostanziose. Tutti dobbiamo essere veloci e succinti per scrivere dall’auto, nel tempo di un semaforo rosso. Quindi? Addio maiuscole, apostrofo e vari tipi di accento. Addio anche alla punteggiatura, fatta eccezione per i tre puntini, comodi sostituti di interi periodi. Aggettivi e avverbi hanno lasciato il posto a forme abbreviate e gergali, spesso riportate dall’inglese. Niente più sfumature e intercalare, nessuna frase fatta o espressione “cortese”. Qualche esempio: “Manda num asap (as soon as possible)”, al posto di un classico: “Potresti mandarmi il suo numero appena riesci?” e “nn pox sono ooo“, che sta per out-of-office; quindi traducendo: “Non posso ora perché non sono in ufficio”, oppure ancora il modernissimo “xoxo“, un semplice “baci e abbracci”.

il-tempo-e-un-bastardo_2La tradizione morirà?

All’interno di un grande dibattito che tocca filosofia, linguistica e semiotica e che non può esaurirsi in qualche riga, tutto fa pensare che presto le abitudini prese attraverso l’utilizzo massiccio delle chat, in un modo o nell’altro, si riverseranno a catena sulla lingua parlata, che già ne porta il segno, poi su quella scritta, fino a cambiare anche giornalismo e narrativa. Ma non per forza è un male. Stefano Moriggi, semiologo da anni impegnato nello studio delle trasformazioni linguistiche nell’era dei social e autore di Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi), ricorda che anche la sintesi è una forma d’arte e l’importante, di fatto, è che all’interno della lingua resti viva la sperimentazione. Come nel caso de Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (Minimum fax), Pulitzer nel 2011 ed “esercizio di stile” con tutti i crismi, diventato famoso proprio perché esula dalla scrittura tradizionale e riprende i metodi moderni della comunicazione, tra abbreviazioni insolite e racconti da 140 caratteri.

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